Chernobyl

Chernobyl

Nella notte del 26 aprile del 1986 a Chernobyl, cittadina ucraina a un centinaio di chilometri a nord di Kiev, un incidente provocò la più grande catastrofe nucleare di tutti i tempi. L’errore fu certamente umano (venne effettuato un test di routine spingendosi a limiti che probabilmente non dovevano essere superati), associato a delle tecnologie antiquate e, forse, a una certa frettolosità nell’inaugurare il quarto reattore, quello che poi esplose. Questo perché l’Unione Sovietica aveva bisogno, in quel periodo, di dimostrare una certa superiorità rispetto agli americani nel campo dell’energia nucleare.

Nessuna struttura di contenimento era stata posta attorno alla centrale. Così, quando intorno a l’una di notte accadde l’irreparabile, le radiazioni uscirono incontrollate contaminando tutta la zona e oltre. Trasportate dal vento, infatti, esse investirono soprattutto la Bielorussia e arrivarono fino in Svezia, dove si accese il primo campanello di allarme di quello che stava succedendo. La centrale di Forsmark, infatti, rilevò delle anomale concentrazioni di radioattività nell’aria, ma si dovette attendere fino ail 14 maggio, quasi 20 giorni dopo, perché Mikhail Gorbaciov, allora alla guida dell’URSS, ammettesse ciò che era accaduto.

Ad oggi la zona di Chernobyl è inaccessibile senza l’autorizzazione del governo ucraino. All’interno di un’area di circa 40 km ci sono 3 check point militari, provvisti di sistemi di rilevamento di radioattività a cui è necessario sottoporsi prima di lasciare la cosiddetta “zona di alienazione”. Al suo interno, quantomeno nell’area più lontana dalla centrale incriminata, vivono e lavorano i militari, i tecnici che si stanno occupando della costruzione del cosiddetto “sarcofago” ormai praticamente ultimato, ovvero della copertura di contenimento del reattore 4, una piccola pensione; inoltre esistono un alimentari e una mensa. Per il resto la zona è deserta, salvo alcuni ex abitanti che, nonostante il divieto del governo, vivono illegalmente nutrendosi dei frutti della terra (anche se essa è altamente contaminata, come tutta l’area).

La flora è incredibilmente lussureggiante e si sta riappropriando degli spazi abbandonati. Non mancano nemmeno gli animali: cani, volpi, cinghiali, cavalli e persino orsi. Nel fiume a ridosso della centrale nucleare ci sono degli enormi pesci gatto che nuotano liberamente. Anche gli insetti trovano qui, incredibilmente, il loro posto nel mondo.

Per una vera e propria decontaminazione della zona pare saranno necessari circa 20mila anni. Chi decide di visitare Chernobyl lo fa a suo rischio e pericolo, e deve seguire delle regole stringenti per salvaguardare la propria salute. Le radiazioni, oggi, lasciano ancora i loro effetti, soprattutto in Bielorussia, in Ucraina e in una piccola parte del territorio russo. Il bilancio del più grande disastro nucleare di sempre parla di soli 56 morti e di 4mila presunti decessi dovuti da tumori e leucemie scoperti nei successivi 80 anni. Per Greenpeace, invece, la cifra è ben più alta e si aggirerebbe attorno alle sei milioni di vittime. La potenza dell’esplosione del reattore 4, infatti, fu di 200 volte superiore a quella della bomba atomica lanciata su Hiroshima. A oggi, fortunatamente, non c’è stato nessun incidente paragonabile a questo.

Camminare nei meandri di Chernobyl è qualcosa che si sceglie con lo scopo di avvicinarsi a una storia recente che sembra lontana, ma in realtà si trova solo a due ore di aereo. Entrare nelle abitazioni di chi venne fatto fuggire in fretta, lasciando i suoi effetti personali alla mercé dei militari e degli sciacalli, con la certezza di tornare nel giro di pochi giorni, è una sensazione che non ti abbandona facilmente. Mi sono aggirata negli edifici con i tetti e i pavimenti distrutti dai militari per fare in modo che le persone non tornassero. O negli asili con ancora i giocattoli abbandonati, le piccole sedie rovesciate, i banchi di scuola accatastati. Macerie, polvere, devastazione, ma anche tante testimonianze che lì un tempo la vita c’era, ed era fiorente, ricca e vitale.

Non si va a Chernobyl per fare sola esplorazione urbana, qualche scatto d’effetto e per mettersi alla prova. Si va per riflettere sulla fragilità del nostro mondo e sulla potenza, spesso scellerata, che l’uomo ha tra le sue mani.


2 Replies to “Chernobyl”

  1. Alessia Conforto

    Volevo semplicemente ringraziarla per il suo lavoro di testimonianza nelle disgraziate zone di Chernobyl, Pripyat, Zalissia e Kopachi.
    All’epoca dei fatti ero una bambina che stava per compiere nove anni, che ai telegiornali vedeva il terribile nuvolone nero aggirarsi per l’Europa e che aveva paura a bere il latte fresco per quello che veniva raccontato a scuola. L’esplosione della centrale di Chernobyl mi ha sempre toccata in maniera particolare e non ho mai smesso di pensare a quel lontano 1986.
    Ecco, io vorrei dirle grazie per come le sue immagini e le sue parole riescono a descrivere la desolazione e in qualche modo anche la sopravvivenza di questa zona segnata dalla storia.

    • admin

      Buonasera Alessia,
      grazie per il suo commento. Come lei, anch’io fin da piccola ho sentito parlare della disastrosa storia di Chernobyl. All’epoca avevo tre anni e i miei genitori mi hanno sempre parlato di come si evitava accuratamente di mangiare alcuni alimenti, o di quanta attenzione mettessero nel lavarmi la testa ogni volta che rientravamo da una semplice passeggiata. Quello che a noi ha toccato solo di striscio, eppure in un modo così forte, ho sempre pensato che per gli abitanti di quelle zone fosse qualcosa di totalizzante, che ha trasformato per sempre le loro vite. Vedere con i miei occhi cosa è rimasto, oltre alle testimonianze di quello che fu, ha avuto su di me un enorme impatto emotivo e sono felice di essere riuscita a trasmettere quella che per me è stata un’esperienza importante e significativa.

      Grazie ancora!

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