Zalissia e Kopachi

Zalissia e Kopachi

Nei pressi della centrale nucleare esplosa a Chernobyl esistevano più di 170 villaggi, oggi scomparsi dalle mappe. Qui vivevano oltre duemila persone che si sostenevano grazie ad attività rurali come l’allevamento e, soprattutto, l’agricoltura.

Per il popolo ucraino la patria e la terra di origine era, all’epoca, un patrimonio ideologico e genetico, qualcosa in cui credere fermamente e da non abbandonare mai, qualsiasi cosa accadesse. Così, qualche giorno dopo il disastro, gli abitanti dei villaggi vennero fatti evacuare, e gli venne chiesto di portare sono lo stretto indispensabile, con la promessa che sarebbero potuti rientrare nelle loro case nel giro di tre giorni. Non fu così: le persone vennero mandate nei centri abitati più o meno grandi, da Kiev alle periferie limitrofe, ma non riuscirono mai a integrarsi totalmente. Subirono, infatti, una sorta di discriminazione sociale per via dell’incidente, e vennero considerati contaminati e pericolosi. Questa esclusione, unita all’impossibilità di avere un pezzo di terra da coltivare, portò circa 150 persone a tornare nei villaggi disabitati, dentro l’attuale Zona di Alienazione.

Oggi i “samosely” rimasti sono pochi, vivono dei frutti della terra e allevando animali. Molti di loro sono malati, non hanno assistenza sanitaria né pensione. Nessuno si occupa più di queste persone, lo Stato le ha abbandonate una volta che esse hanno deciso di varcare i confini proibiti senza guardarsi indietro. Infatti nell’area di Chernobyl nessuno avrebbe dovuto essere più stanziale. I militari, per non far tornare le persone, sfondarono i tetti, le finestre, i pavimenti. Ma questo a quanto pare non bastò e gli ultimi residenti ancora resistono, nella ferma convinzione di voler morire nella terra che gli ha dato i natali.

Uno di questi luoghi ormai fantasma è Zalissia, a sud della Zona di Alienazione, dove oggi restano alcune case distrutte ancora piene di oggetti personali di chi fu costretto ad andarsene in fretta e senza fare domande. E Kopachi, villaggio agricolo dove oggi ancora si possono vedere vecchi casali adibiti a magazzini, macchinari e automezzi distrutti e arrugginiti, tumuli sotto cui sono stati sotterrati i resti delle case, ora campeggiati dai segnali di pericolo di radiazioni.

Questi villaggi sono l’essenza della disperazione provocata dal disastro nucleare di Chernobyl. Le vite spezzate, infatti, non sono state solo quelle di chi è deceduto o si è ammalato, ma anche di tutti quelli che in quella zona avevano un’esistenza semplice e tranquilla e, all’improvviso, si sono visti portare via quel poco che avevano. La disperazione di tornare a vivere in una terra contaminata, piena di radiazioni, e nonostante ciò, scegliere di rischiare tutto per essere felici, per tornare finalmente a casa.


2 Replies to “Zalissia e Kopachi”

  1. albquon

    L’ Ucraina oggi ha poche possibilità economiche e ancor meno voglia di aiutare chi abitava intorno alla centrale esplosa. In questi tre decenni alcuni governi hanno provato a risollevare le sorti di questa nazione derubata da oligarchi, corrotti, e da tentativi ancora in corso da parte degli ex cosidetti fratelli russi che si sono impadroniti di territori vedi Crimea e Donbass. Mettere in sicurezza quello che resta del reattore nucleare esploso, aiutare i sopravvissuti non può essere solo compito dell’Ucraina ma un’ impegno di tutti.

    • admin

      La storia di Chernobyl è complicata da molti punti di vista e sicuramente si innesta in un paese con non poche difficoltà. Porre l’attenzione su quella che è una delle più tragiche storie di sempre, tra l’altro molto vicina a noi come ad altri popoli, credo sia fondamentale, e spero in parte di essere riuscita in questo intento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *