Chernobyl

Pripyat

Visitare la città abbandonata di Pripyat, a soli 2 km dalla power plant di Chernobyl, è il sogno proibito di molti esploratori urbani. In questo luogo, nel 1986, abitavano circa 50mila persone, perlopiù lavoratori (e rispettive famiglie) delle centrali nucleari della zona.

Pripyat era chiamata “la città dei bambini” per via della giovane età media dei suoi abitanti. Spesso, infatti, coppie appena sposate con figli piccoli decidevano di trasferirsi nella città più ricca dell’Ucraina, cercando un tenore di vita migliore. Il paese, infatti, soprattutto all’epoca, non brillava per prosperità e in molti cercavano un modo per evadere dalla povertà. La maggior parte delle persone coltivava la terra, la manodopera specializzata, invece, spesso proveniva dalla Russia.

A Pripyat si potevano trovare beni che non erano reperibili altrove. Le persone arrivavano qui persino da Kiev per accaparrarsi le merci più ambite e preziose. La città era piena di servizi, soprattutto per le famiglie e per i più piccoli: asili, scuole, giardini, colonie estive erano disseminati per tutto il territorio. Non mancavano, inoltre, supermercati, centri commerciali, palestre, teatri e impianti sportivi quali una piscina, rimasta funzionante fino al 1998, per 12 anni dopo il disastro nucleare, a disposizione dei liquidatori che in quel periodo si occuparono della bonifica del reattore esploso.

Pripyat era inoltre collegata alle cittadine vicine via fiume e via terra. Esisteva, quindi, un piccolo porto e una ferrovia. La qualità della vita era incredibilmente buona e gli abitanti erano sicuramente felici di poter risiedere in quella che era la città motore economico dell’Ucraina, nonché base scelta dai sovietici per scopi militari e per la produzione di energia nucleare.

Gli abitanti di Pripyat più specializzati lavoravano nel settore nucleare. Molti altri, invece, facevano i lavori più diversi, dalla sicurezza alla gestione dei servizi attorno alla zona della power plant, fino alle numerose attività disseminate in tutto il territorio cittadino, che di certo avevano bisogno di persone impiegate al loro interno. Per aiutare le donne che non riuscivano a trovare una collocazione professionale, venne addirittura costruita una fabbrica ad hoc, la Jupiter, che ufficialmente produceva registratori a nastro, ma probabilmente nascondeva anche la realizzazione di sofisticati strumenti militari. Questa industria venne abbandonata completamente solo nel 1996. Dopo il disastro, infatti, la fabbrica divenne un laboratorio radiologico per effettuare dei test sulle tecniche di decontaminazione e sviluppare degli strumenti utili allo scopo. Al suo interno oggi è ancora possibile vedere alcuni pezzi della prima struttura di contenimento del reattore n.4, realizzata subito dopo l’esplosione.

Uno dei simboli di Pripyat è il suo lunapark, ancora intonso benché divorato dalla ruggine. La ruota panoramica, le macchine a scontro e la piccola giostra dovevano essere inaugurati il 1 maggio del 1986, appena 4 giorni dopo l’esplosione della centrale di Chernobyl. Il lunapark, quindi, non venne mai utilizzato, e oggi rappresenta uno dei posti più decadenti della città. Alcune fonti, in realtà, parlano di una breve messa in funzione delle attrazioni il 27 aprile, l’indomani della tragedia, poco prima dell’annuncio di evacuazione. Se così fosse, probabilmente ciò venne fatto per distrarre i cittadini di Pripyat dalla catastrofe e per cercare di mantenere tra loro una calma quantomeno apparente, senza scatenare scene di panico. In questa zona il livello di radiazioni, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, è abbastanza contenuto, tranne per il muschio di cui è disseminato il terreno (come del resto in tutta l’area di Chernobyl), considerato una spugna naturale e quindi una specie di catalizzatore di radioattività.

La notte del 26 aprile 1986 in molti non si resero conto della gravità di ciò che era accaduto. Alcuni curiosi, vedendo uno spettacolo simile a un’aurora boreale ergersi al di sopra del reattore n.4, si avvicendarono addirittura su di un ponte, oggi conosciuto come bridge of death, per godersi meglio lo spettacolo favoloso che si prospettava ai loro occhi. Gli ingenui spettatori non potevano sapere di aver firmato, proprio lì, la loro condanna: morirono per intossicazione da radiazioni dopo poco tempo.

Il giorno dopo l’incidente gli abitanti di Pripyat, per decisione del governo sovietico, vennero evacuati con 1200 autobus accorsi da tutte le località circostanti. Il trasferimento doveva essere di un paio di settimane, e venne intimato ai cittadini di portare lo stretto indispensabile. Non potevano sapere che non avrebbero fatto più ritorno nelle loro case. Per questo ancora oggi Pripyat rappresenta uno degli esempi più alti di esplorazione urbana, in grado di coniugare la conoscenza e la testimonianza storica con l’estetica decadente di uno dei luoghi più (tristemente) affascinanti del mondo.

Anche se il tempo, le intemperie, le azioni militari, i vandali e gli sciacalli non hanno lasciato gli ambienti inalterati, ancora oggi è possibile trovare tra le macerie degli edifici e delle case documenti, libri, vecchie fotografie, tavole ancora apparecchiate e stanze che ricordano ciò che dovevano essere state più di trent’anni fa.

La radioattività in alcune aree è davvero molto alta, come ad esempio l’ospedale in cui vennero curati i liquidatori intossicati dalle radiazioni durante il disastro. All’interno è possibile trovare ancora frammenti di vestiti estremamente contaminati e, quindi, pericolosi. In particolare esistono dei punti nel suolo, isolati da tutto il resto, che hanno assorbito livelli di radiazioni altissimi senza un apparente motivo. Ci sono ancora nella zona carcasse di macchinari utilizzati all’epoca per le operazioni di decontaminazioni, come una vecchia gru abbandonata, uno degli elementi più radioattivi che la città ospita ancora oggi.

Proprio per la sua vicinanza al reattore n.4 e per la forte contaminazione subita dopo l’incidente, la città di Pripyat è completamente disabitata. A nessuno è permesso vivere o lavorare all’interno del suo perimetro (a differenza di altre parti della Zona di Esclusione, dove esistono delle attività legate alla centrale nucleare e ai visitatori dell’area) e per accedere al suo interno (come nelle altre parti della Zona) è necessario superare un check point militare e, in uscita, bisogna sottoporsi a un controllo sulle radiazioni incamerate. Questo viene fatto soprattutto per evitare uno dei reati più frequenti nella Zona, ovvero lo sciacallaggio. Rubare qualsiasi tipo di oggetto e materiale è reato penale, oltre che una cosa insensata, considerando che tutto è contaminato e non può essere trasportato al di fuori.

Oggi esistono dei visitatori della Zona che entrano illegalmente nell’area e dimorano negli appartamenti abbandonati divenuti la loro base operativa. Sono gli stalker, ragazzi ucraini che decidono di arrivare a Pripyat e di esplorarla, anche per settimane intere, incuranti del pericolo e della legge. Gli stalker devono provvedere a tutto per la loro sopravvivenza, come alle scorte di acqua e cibo necessarie per i giorni di permanenza. Fuggono dai controlli militari, molto presenti nella Zona, e trascorrono le loro giornate sui tetti dei palazzi o sulle strutture militari fatiscenti.

Il loro nome deriva dal film diretto nel 1979 da Andrej Tarkovskij, riguardante una misteriosa Zona che ha delle affinità incredibili con la storia e la conformazione di Chernobyl. Non tutti sanno che il film è ispirato dal libro “Pic-nic sul ciglio della strada” scritto dai fratelli Arkadi e Boris Strugatzki e pubblicato nel 1972. L’opera viene considerata profetica, visto che parla di fatti che potrebbero essere paragonati a quelli accaduti a Chernobyl, anche se ovviamente in termini differenti. Nella parte ancora popolata della città, oggi, sulla parete dell’unico alimentari rimasto, c’è un murales che celebra proprio questo libro.


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